Abbiamo molti modi di respirare.
E, se ci fermiamo ad ascoltare,
ci accorgiamo che il respiro ci somiglia:
a volte è affannato,
a volte curioso,
a volte triste o leggero,
pieno o quasi assente.
A volte sembra persino confuso,
un po’ paradossale… proprio come noi.
Ci sono momenti in cui lo osserviamo senza pensarci, e altri in cui lo guidiamo con intenzione,
lo allunghiamo, lo contiamo, lo sosteniamo.
Lo chiamiamo pranayama e lo portiamo nella pratica, come strumento,
come via.
Ma incontrare il respiro è un’altra cosa.
È un gesto semplice e radicale insieme:
fermarsi.
E ascoltare davvero.
Così com’è, adesso.
Senza correggerlo.
Senza migliorarlo.
Senza farlo diventare diverso da ciò che è.
È un atto di ospitalità verso se stessi.
Come aprire una porta interna e lasciare che qualcosa entri e qualcosa si riveli.
Senza fretta.
Senza direzioni.
In questo spazio, il respiro smette di essere “da fare” e torna a essere “da incontrare”.
C’è un momento preciso, nell’inspirazione piena, in cui il corpo è sazio d’aria.
È una pienezza silenziosa, quasi un piccolo compimento.
Se restiamo lì anche solo un istante, possiamo sentire qualcosa emergere da sotto la superficie: una gratitudine sottile, senza motivo.
Come un sorriso che non ha bisogno di volto.
Poi arriva l’espirazione.
Non la dobbiamo cercare: accade.
E con lei qualcosa si scioglie,
si libera,
si appoggia.
Non è perdita,
è spazio che si riapre.
E infine c’è la pausa.
Quel piccolo vuoto tra un movimento e l’altro, tra un ciclo e il successivo.
Un istante quasi invisibile in cui non succede “niente”… e proprio per questo succede tutto.
In quel vuoto,
inizio e fine si sfiorano senza distinguersi.
E noi restiamo lì,
senza nome,
senza forma,
solo presenza.
Da lì nasce ogni nuovo respiro.
Non perché lo decidiamo,
ma perché ci accade.
Presente o assente?
Non è una domanda a cui rispondere.
È una soglia da attraversare.
La pratica della consapevolezza del respiro può essere breve o lunga.
Può durare pochi minuti o diventare un incontro più profondo,
in cui il tempo si dilata e si fa più morbido.
E ogni volta, silenziosamente, emergono le nostre strategie:
come controlliamo,
come tratteniamo,
come evitiamo,
come lasciamo andare.
E, sotto tutto questo, molto semplicemente, incontriamo noi stesse.
A volte con stupore.
A volte con tenerezza.
A volte con un piccolo sorriso un po’ imbarazzato.
Ti risuona anche solo un po’?
Om namah Shivaya
Love, c.

