Tornare a casa, dentro di sé

Capita, più spesso di quanto immaginiamo, di cercare il nostro centro fuori da noi.

A volte lo affidiamo a una relazione, e basta una piccola distanza perché qualcosa dentro inizi a vacillare.

Altre volte lo consegniamo al fare, ai risultati, all’idea di dover essere sempre in cammino. Oppure allo sguardo degli altri, aspettando, senza quasi accorgercene, che sia il mondo a dirci chi siamo.

Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo.

Siamo esseri umani.

Abbiamo bisogno di amare, di sentirci utili, di appartenere.

Le relazioni ci nutrono.
Lo scopo dà direzione.
Essere riconosciuti scalda il cuore.

Ma ciò che è fuori da noi segue il ritmo della vita.

Le persone cambiano.
Cambiano le stagioni.
Ci sono giorni di espansione e giorni in cui tutto sembra fermarsi.

Se il nostro centro abita soltanto lì, anche noi finiamo per oscillare insieme a tutto il resto.

Forse la vera forza non nasce dal controllo.

Nasce dalla pazienza di costruire, giorno dopo giorno, un luogo interiore che nessun cambiamento possa portarci via.

Un luogo dove tornare quando qualcosa si incrina.
Dove il respiro rallenta.
Dove ricordiamo chi siamo, anche quando la vita sembra averlo dimenticato.

Non è un rifugio per allontanarsi dal mondo.

È una casa da cui continuare a incontrarlo.

La pratica, in fondo, non consiste nel vivere senza delusioni,
senza incertezze
o senza paura.

Consiste nell’imparare a ritrovare il proprio centro,
ogni volta.

Come un pattinatore sul ghiaccio che non smette mai di cercare l’equilibrio.
Non rimane immobile.
Si lascia attraversare dal movimento e,
con piccoli aggiustamenti quasi invisibili,
continua a danzare.

Anche noi possiamo fare lo stesso.

Non aspettare che tutto diventi perfetto per sentirti finalmente in pace.

Inizia a costruire quel luogo dentro di te.

Perché il posto più sicuro non è quello dove la vita smette di cambiare.

È quello da cui puoi attraversare ogni cambiamento senza perdere te stesso.

Cosa ne pensi?
Ti risuona?
Ti ascolto se vuoi
Namasté
Love, c.

La consapevolezza del Respiro

Abbiamo molti modi di respirare.
E, se ci fermiamo ad ascoltare,
ci accorgiamo che il respiro ci somiglia:
a volte è affannato,
a volte curioso,
a volte triste o leggero,
pieno o quasi assente.
A volte sembra persino confuso,
un po’ paradossale… proprio come noi.

Ci sono momenti in cui lo osserviamo senza pensarci, e altri in cui lo guidiamo con intenzione,
lo allunghiamo, lo contiamo, lo sosteniamo.
Lo chiamiamo pranayama e lo portiamo nella pratica, come strumento,
come via.

Ma incontrare il respiro è un’altra cosa.

È un gesto semplice e radicale insieme:
fermarsi.
E ascoltare davvero.
Così com’è, adesso.

Senza correggerlo.
Senza migliorarlo.
Senza farlo diventare diverso da ciò che è.

È un atto di ospitalità verso se stessi.
Come aprire una porta interna e lasciare che qualcosa entri e qualcosa si riveli.
Senza fretta.
Senza direzioni.

In questo spazio, il respiro smette di essere “da fare” e torna a essere “da incontrare”.

C’è un momento preciso, nell’inspirazione piena, in cui il corpo è sazio d’aria.
È una pienezza silenziosa, quasi un piccolo compimento.
Se restiamo lì anche solo un istante, possiamo sentire qualcosa emergere da sotto la superficie: una gratitudine sottile, senza motivo.
Come un sorriso che non ha bisogno di volto.

Poi arriva l’espirazione.
Non la dobbiamo cercare: accade.

E con lei qualcosa si scioglie,
si libera,
si appoggia.
Non è perdita,
è spazio che si riapre.

E infine c’è la pausa.

Quel piccolo vuoto tra un movimento e l’altro, tra un ciclo e il successivo.
Un istante quasi invisibile in cui non succede “niente”… e proprio per questo succede tutto.
In quel vuoto,
inizio e fine si sfiorano senza distinguersi.

E noi restiamo lì,
senza nome,
senza forma,
solo presenza.

Da lì nasce ogni nuovo respiro.
Non perché lo decidiamo,
ma perché ci accade.

Presente o assente?
Non è una domanda a cui rispondere.
È una soglia da attraversare.

La pratica della consapevolezza del respiro può essere breve o lunga.
Può durare pochi minuti o diventare un incontro più profondo,
in cui il tempo si dilata e si fa più morbido.

E ogni volta, silenziosamente, emergono le nostre strategie:
come controlliamo,
come tratteniamo,
come evitiamo,
come lasciamo andare.

E, sotto tutto questo, molto semplicemente, incontriamo noi stesse.

A volte con stupore.
A volte con tenerezza.
A volte con un piccolo sorriso un po’ imbarazzato.

Ti risuona anche solo un po’?

Om namah Shivaya
Love, c.

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