Ci sono momenti
in cui qualcosa si allinea.
Come un tocco leggero al cuore.
E capisco, con una chiarezza semplice,
perchƩ faccio quello che faccio.
Non ĆØ una risposta mentale.
à più un sentire che si posa,
silenzioso.
Una mia yogin mi ha detto
che da quando pratica con costanza
si sente più sensibile alla vita.
Non più forte.
Non più capace.
Più sensibile.
Come se avesse imparato
a riconoscere quel tocco al cuore
anche nelle cose più piccole.
Quando sforza troppo, lo sente.
Quando si allontana, lo riconosce.
E allora si ferma.
Non per rinunciare,
ma per ascoltare.
Cerca dentro
una parola,
un gesto,
una presenza
che la riporti a casa.
E da lƬ
qualcosa si trasforma.
La tecnica smette di essere un obiettivo
e diventa educazione alla misura.
Il movimento si svuota dallāurgenza
e si riempie di qualitĆ .
Il respiro non è più da controllare,
ma da abitare.
E tutto, lentamente,
si fa più delicato.
Ć in questi passaggi quasi invisibili,
in questo tocco al cuore che non fa rumore,
che sento il senso profondo del mio accompagnare.
Io non insegno a āfare yogaā.
Accompagno le persone
a sviluppare un tatto.
Un modo di toccarsi la vita
senza ferirsi.
Uso lo yoga come una soglia.
Qualcosa che apre,
non che trattiene.
Il respiro come uno specchio,
che non giudica,
ma riflette con sinceritĆ .
La parola, la poesia,
come uno spazio di ascolto
in cui potersi riconoscere.
Per me la pratica
non può restare chiusa nel tappetino.
Se resta lƬ,
diventa solo esercizio.
Ripetizione.
Abitudine.
Ma quando attraversa la vita,
quando entra nei gesti piccoli,
nelle scelte quotidiane,
nelle relazioni,
allora cambia forma.
Diventa presenza.
Diventa, ancora,
un tocco al cuore.
Ć questo che cerco di coltivare
in ogni rituale, in ogni pratica:
uno spazio vivo
in cui ciò che nasce nel corpo
durante un movimento
possa continuare a respirare
anche fuori.
Nel modo in cui ci si parla.
Nel modo in cui si resta.
Nel modo in cui si sceglie.
Relazione.
Scelta.
Presenza.
Quando una persona
inizia a riconoscere tutto questo
anche senza di me,
quando si ferma da sola,
quando si ascolta,
quando si accoglie,
so che il lavoro sta fiorendo davvero.
Non perchĆ© ĆØ āriuscitoā.
Ma perché è diventato suo.
E allora sƬ,
sento che il cammino
sta andando nella direzione giusta.
Grazie a questa yogin
per avermi restituito
uno sguardo cosƬ sottile.
E grazie a chi continua
a camminare con me,
su questa via lenta,
sensibile,
imperfetta
e profondamente umana.
Io credo in una pratica
che non aggiunge,
ma affina.
Che non spinge,
ma ascolta.
Che educa alla sensibilitĆ
come forma di veritĆ .
Un tocco al cuore,
ogni volta.
Ed ĆØ questo
che, con cura,
cerco di offrire.
NamastƩ
Love, c. ā¤ļø

